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Il trionfo della Allievi Grottammare, Galiano: “Uno per tutti e tutti per uno”

Il trionfo della Allievi Grottammare, Galiano: “Uno per tutti e tutti per uno”

GROTTAMMARE – La categoria Allievi del Grottammare calcio ha vinto il campionato di appartenenza con due giornate di anticipo, terminando la stagione con undici punti di distacco dalla seconda in classifica.

Il tecnico biancoceleste Marcello Galiano è gongolante per il risultato ottenuto: «La mia vittoria è stata quella di far crescere i ragazzi, una squadra che crea trenta occasioni da gol nitide a partita, subendo pochissimi tiri in porta, non a partita ma in un intero campionato, merita una vetrina importante e meritano tutti loro di essere messi su un piedistallo.

Il nostro motto è vincere giocando a calcio, cattivi agonisticamente, e contemporaneamente eleganti, infatti abbiamo ricevuto poche ammonizioni ricevendo i complimenti anche dagli arbitri per il gioco e per la condotta, non lasciando mai neanche un metro all’avversario. Non mi vergogno a dire che la mia squadra ha espresso il miglior gioco in tutte le Marche e anche oltre, ma non lo dico io perché sono il mister, bensì chiunque ci ha visto giocare e ci ha fatto i complimenti. È stato un anno fantastico, sono contento della crescita di questi ragazzi, di aver vinto l’ennesimo campionato, un campionato di livello veramente alto, non me l’aspettavo, la squadra più scarsa qui nelle Marche farebbe tranquillamente i regionali o l’élite in altre regioni. ».

Mister come è nata la collaborazione con il Grottammare?
«Mi sono trasferito per motivi familiari, lo scorso anno allenavo l’Almas Roma e mi avevano confermato. Ho preso la squadra biancoceleste quando la prima fase del campionato era già iniziata, ed erano a quota zero punti in tre partite. La società rivierasca mi ha contattato, perché era rimasto senza allenatore per gli Allievi, e dopo un incontro con il dirigente Giuseppe Cocci ho subito deciso di accettare la proposta».

Cosa ti ha chiesto la società?
«Mi ha solo chiesto di far crescere i giocatori, senza darmi alcuna pressione sul piazzamento finale, ma io sono dell’idea che per far crescere le squadre bisogna vincere, perché se uno trionfa cresce e acquisisce consapevolezza, mentre chi perde, perde e basta, non riesce a trovare gli stimoli per crescere e migliorare; da non confondere però la consapevolezza con la presunzione, perché è sottile la differenza».

Come sei stato accolto dai tuoi giocatori?
«La rosa della squadra era mista tra 2000/2001/2002. Il primo giorno di lavoro ho conosciuto tutti i ragazzi, ho parlato con loro e ho detto che ero lì per farli crescere e non per fare il compitino, ho chiesto di avere fiducia in me e ho spiegato che la prima fase sarebbe servita per prepararci al vero campionato nella seconda fase, che avremmo vinto. I ragazzi si sono messi subito a disposizione, pur non essendo abituati ad un metodo di lavoro diverso ed innovativo, e soprattutto ad un’idea di gioco diversa da quella che avevano in precedenza, senza nulla togliere a chi mi ha preceduto. Lavorando, lavorando e lavorando in pochissimo tempo siamo diventati una macchina che si perfezionava, allenamento dopo allenamento e partita dopo partita. Abbiamo parlato tanto nello spogliatoio, così come ho parlato tanto anche singolarmente con ognuno di loro, e abbiamo creato un bellissimo rapporto di stima e rispetto reciproco. I ragazzi sono stati fantastici, hanno sempre ascoltato, si sono fatti pilotare, e in più ci hanno messo anche del loro come è giusto che sia, ed infine hanno stravinto il campionato e la vittoria è tutta la loro».

Qual è il tuo metodo di gioco?
«Squadra alta, movimenti senza palla continui, sovrapposizioni, inserimenti dei centrocampisti, linee sempre unite, possesso palla con verticalizzazioni veloci, palla sempre a terra escluso i cambi di gioco o a volte i lanci, quando serviva lanciare e non spazzare via la palla. I ragazzi hanno capito che il calcio è un gioco facile e che basta essere calmi e usare la testa, che dovevano essere un gruppo di amici e lottare tutti insieme da squadra, uno per tutti e tutti per uno. I ragazzi sono stati la vera essenza del calcio da tutti i punti di vista, hanno giocato a calcio e non “palla lunga e pedalare”, perché se giochi a calcio impari e cresci, impari a risolvere e ad uscire dalle situazioni, il calcio è un gioco situazionale. Giocando palla lunga e pedalare impari cosa? A non affrontare le situazioni, ed il calcio è la metafora della vita, ciò che fai in campo lo riporti nella vita o viceversa, questo ho anche fatto capire ai ragazzi, ho spiegato che noi lavoriamo da professionisti, quindi “divertiamoci ma con la massima professionalità, qui fuori c’è un mondo che vi mangia se non sapete uscire dalle situazioni, se prendete tutto con superficialità, e tutto ciò che fate dovete farlo per essere i numeri uno. Non trascurate lo studio, perché serve per la vita ma vi serve anche in campo”. Così è andato avanti tutto l’anno calcistico, quattro allenamenti a settimana più la partita».

Chi vuoi ringraziare per questo trionfo?
«La società che ha avuto un ruolo importante: non ci ha mai dato pressione, non ci ha mai fatto mancare nulla, dal campo a tutta l’attrezzatura per poterci allenare nel migliore dei modi; una gran bella famiglia, dai magazzinieri fino al presidente. Sono contento del lavoro svolto da me e dal mio collaboratore Todo, che non finirò mai di ringraziare, e dai ragazzi, veri professionisti e a cui va il mio grande grazie! Ringrazio tutti i genitori, per il supporto e per non aver mai preteso nulla da me, ad esempio il far giocare un ragazzo piuttosto che un altro».

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